Fra poche ore lascio questa terra straniera (Italia) verso la
mia patria (Indonesia). È un viaggio lungo da trascorrere a piedi! Io non lo
farei di sicuro! Ma la possibilità rimane aperta per chi tenta di realizzarlo. Questa
partenza mi fa riflettere questa mattina alcuni punti:
Che cosa è la terra di missione
La prima battuta sarebbe: si può definire questa partenza per impegnarmi
nella missione verso il mio paese d’origine come la partenza per la missione? Il
discorso si gioca intorno al significato della missione che abbiamo. Si può
dire come la partenza per la missione se quello che parte fosse un italiano dall’Italia
– e non un indonesiano che ha studiato in Italia ed ora gioca in casa –?
La terra di missione è più larga rispetto ai limiti geografici,
è più grande dei nostri pensieri, ed è più profondi dei nostri sentimenti. La destinazione
della missione è il cuore dell’uomo: che siede nelle ombre di morte e che è
vincolato al giogo dello spirito maligno. Il compito di un missionario è entrare
nel cuore dell’uomo in modo tale che ci sia la pace, ci sia la luce del Vangelo
e ci sia una ferma volontà per seguire Gesù Cristo in modo migliore,
valorizzando il carisma donata in modo singolare ad ognuno di noi (cf. PgCf § 953,
Discorsi ai partenti, 1914).
Questo impegno però rischia il cuore stesso del missionario. Questo
verrà frantumato e trasformato, perché egli ama la gente del luogo e si lascia trasformare
senza cadere nel conformismo della fede, oppure, rimarrà integro perché è
protetto dallo scudo della legge e dell’autorità che lo nasconde. O si ama le
persone o non le ama. Un cuore incredulo è vincolato ad ogni amore alle cose
della terra: il benessere, il potere, la cultura, il lavoro, lo studio, il
calcio ecc. Di conseguenza, è difficile per Dio a prenderlo in possesso e incrementarlo
con la sua grazia per poter procedere innanzi per la via della virtù (cf. conferenza ai novizi, PgCf 1630).
Ringrazio il buon Dio che mi ha fatto incontrare le persone con
cui mi fanno sentire che questa terra straniera come se fosse la mia seconda
casa. Sono passati i giorni bellissimi e pesanti, piena di sorrisi e di condivisione
senza mancare però il venerdì. È proprio per me una prova quando abbiamo fatto
gli scambi della vita intessuta nella storia. Sempre in ascolto alle gioie e
alle vostre speranze in questo paese che sta lottando per superare la crisi,
quella economica, ma anche quella di fede. È venuto un suggerimento che anche
qui si fa la missione e non bisogna andare lontano. Lo condivido perché la
missione che noi portiamo è quella del cuore, affinché Dio diventi un
fondamento solido e un punto cardinale che orienta il nostro modo di pensare,
di agire e di essere.
Ci sentiamo via facebook, via mail…
È molto interessante da riflettere il suo significato quando ho
ricevuto questo messaggio. Prima di tutto ho incontrato un cuore fragile dell’uomo
che non vuol essere trasgredito da un distacco. È normalissimo visto che il
cuore dei missionari è come quello del suo prossimo fatto da carne e sangue. Non
siamo gli angeli, né demoni. Accolgo questa fragilità e il dispiacere di
lasciare questo posto, rendendomi conto del mio essere e della missione che mi
è stata affidata da Dio attraverso i miei superiori.
Il secondo pensiero viene dal passaggio dalla partenza ad extra
all’incontro online. C’è ancora una partenza definitiva ad gentes, ad extra e ad vitam dei missionari, come quella di un
secolo fa? Ci sono dei mutamenti del tempo, della distanza e dello spazio che ci
fanno sentire vicini, ma questo non toglie il nucleo della missione, anzi, la
rete sociale può diventare uno strumento tremendo se i missionari stessi sapessero
usufruirla in modo corretto. Il missionario può partire anche nella rete
sociale non attraverso un distacco, nel senso di chiudere la porta e non si
comunica più con le persone incontrate nel passato, ma attraverso
approfondimento serio a leggere i segni dei tempi che sono arrivati all’inizio
di questo terzo millennio!
Gli strumenti moderni non sono semplicemente i pezzi di ferro e
dei cavi messi insieme. Questi creano una nuova cultura che è un modo nuovo per
rapportarsi, per esprimere le idee ed i sentimenti (non sentimentalismo!), per concepire
il valore dell’incontro online e offline ecc. Quando la Chiesa lo
considera come un sesto continente, ciò significa che ci sono degli abitanti
digitali che vivono dentro. Tocca ai missionari ad accompagnarli verso Dio,
prendendo in mano i nativi digitali che stanno crescendo in questi ultimi vent’anni.
Ci sono mille strade per arrivare a Roma, così le vie di Dio sono inesauribili (anche
nella rete sociale).
Un sincero grazie ....
a tutte le persone che
ho incontrato, in mondo reale e quello della rete, e con cui ci siamo cambiati
un pezzo della nostra storia. Continuiamo a vivere e compiere l’essere dell’uomo
che è quello di creare, di lavorare, di conquistare la terra al servizio del
nostro pellegrinaggio verso Dio. Direi un semplice arrivederci e ci vediamo
presto perché ogni terra straniera è la mia patria; e la mia patria è ogni
terra straniera (cf. san Colombano).
Tanto per concludere, la
domenica sera, il 4 dicembre, è venuta una cara famiglia di Bregnano con cui ho trascorso i bellissimi momenti con loro, a
partire da quando ci siamo incontrati in Spagna. All’inizio di un ricordo c’è
uno scritto: a volte le immagini comunicano più delle parole. È vero…. quelle
foto accompagnate con la data raccontano i momenti storici, i ricordi e le
esperienze più ricche rispetto questa pagina. Grazie per le giuste parole che
conclude la giornata del 4 e anche questa riflessione. Ma adesso per non
allungarmi molto, vorrei citare un pezzo della canzone (Mani) di Fabrizio Colombo: vorrei che le parole
mutassero in preghiera, che è la luce nel dubbio, la forza nella tentazione
e la chiave che apre il cuore di Dio. (PgCf,
Conferenza ai novizi 1921)
alfonsus widhiwiryawan, desio, 5 dicembre 2011