1. La crisi?
Quando parliamo della crisi, c’è un’aria delle circostanze sfavorevoli che
intralcia l’andamento della vita. Ma non è sempre la crisi conduce ad una situazione
peggiore, anzi, san Francesco d’Assisi ha creato il cantico nel momento più
difficile della sua vita e san Giovanni della Croce ha scritto la poesia più
bella nel momento in cui i suoi confratelli l’hanno carcerato. Ciò che
determina la direzione è il modo in cui uno gestisce questa situazione.
Possiamo approfondire qualche tappa nella vita di Conforti mi concentro
soprattutto nel momento delicato della scelta di vita missionaria e il mandato
ricevuto dal Santo Padre come il vescovo di Ravenna. Sono due eventi importanti
che determinano due grandi famiglie, che sono la famiglia dei missionari
saveriana e la famiglia della Chiesa locale; entrambi sono di un solo gregge di
Gesù Cristo.
2 Scegliere
La prima sfida per scegliere uno stato di vita di Conforti è incontrare la
propria famiglia. Quanto è difficile! Non si tratta di un singolo problema di
Conforti, ma anche di tutti coloro che vogliono seguire il Signore in modo più
totale e sublime. Anzi, si potrebbe dire che la sfida della famiglia è quella
più grande e abbatte il candidato nel momento più cruciale della scelta. A
volte è capitato un attimo prima di entrare nel seminario, della professione
perpetua o dell’ordinazione. Dove si trova la volontà di Dio? Servire il
Signore e la sua Chiesa oppure dare una mano alla propria famiglia che si
trova, per un momento, in difficoltà?
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| Un ponte su cui i missionari devono passare nell'isola di Mentawai |
Il patrimonio della famiglia di Conforti è grandissimo. Ha ragione il papà
Rinaldo quando gli ha chiesto che lo aiutasse nell’amministrazione dei terreni,
anche senza studiare molto, considerando che tra dieci dei suoi figli, tre
morirono da piccoli e due da giovani. È la questione della fiducia di suo papà
verso Guido, più che al suo fratello Ismaele e le altre tre sue sorelle:
Clotilde, Merope e Paolina!
La risposta chiara di suo papà è ben compreso da Guido. Don Ormisda
Pellegri raccontava che «poi il Servo di Dio si buttò a terra piangendo, ed
infine ottenne il consenso, per intercessione della madre». È un gesto normale
da bambino? Potrebbe essere confermato! Però non dimentichiamo che il
Crocefisso lo ha attirato a sé. È molto difficile per lui trascurare quel
sguardo silenzioso e profondo che penetra la sensibilità della sua anima per
seguirlo più da vicino. È uno sguardo che riflette gli ultimi e gli
emarginati del Regno dei cieli, che sono tutte le persone che giacciono ancora
nelle tenebre, non conoscendo Gesù Cristo. È uno sguardo vivo e solidale
che scruta la disponibilità dei cristiani impegnati. Questo sguardo,
accompagnato dall’atmosfera missionaria della città che vediamo dopo, diventa
un elemento fondamentale che determina le sue intuizioni e chiarisce le strade
da intraprendere nei suoi prossimi anni.
È ovvio che non c’è un obbligo di contraccambio in questa faccenda. Il
piccolo Guido è libero per compiere il desiderio di suo papà per fare una vita
nel seminario. È soltanto il dono dell’amore del Crocefisso che lo spinge a
donarsi. Ciò fa capire che Gesù Crocefisso è tutto per Conforti, perché «è lui
che mi ha dato la vocazione».
| Il crocefisso ad Assisi |
3 Il dono della spiritualità della città di Parma
Direi «il dono della
spiritualità», perché questa città ha una lunga storia del cristianesimo e
conserva la devozione ai santi protettori che intercedono per la vita della
città. Ma quale concetto della città che intendo dire? La spiritualità della
città è legata al modo di vivere la vita in comunione. Così lo stare insieme
con gli altri apre una strada per condividere il principio, il fondamento e il
punto di orientamento della vita di ciascuno. Di conseguenza, l’aspetto
comunitario della città restringe una vita privata separata dai muri e sviluppa
la bellezza della condivisione.
Magari è una cosa
pazzesca se sappiamo che la città di Parma ha sei santi protettori insieme alla
Madonna? Questi sono San Bernardo, San Francesco Saverio, San Ilario,
San Girolamo, San Tomaso, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi e San Giovanni
Battista. Adesso la storia continua a intraprendere la sua strada. Nonostante
l’influsso del secolarismo e dell’epoca digitale invadono la vita di questa
città ed è aggravata la situazione anche dal non voler sapere della storia, la
spiritualità della città di Parma sta aspettando la pioggia che ringiovanire la
sua vita.
Un esempio semplice di
una condivisione di cui parlavamo è la presenza di San Francesco Saverio come
uno dei protettori di questa città. Circa cento anni dopo la morte di Francesco
Saverio, la città di Parma era circondata e minacciata da una peste. No ho
capito perché gli abitanti della città non hanno invocato San Rocco, già il
protettore della città ed è molto noto come il guantore della peste, ma devia
la devozione ad un nuovo personaggio, San Francesco Saverio, per preservare la
città di Parma dall’orribile epidemia. Salvata la città dall’epidemia, viene
messo un lapide commemorativa come un atto di riconoscenza nella Chiesa di San
Rocco, al fianco dell’immagine di San Francesco Saverio in mezzo alle genti.
La presenza di questo
nuovo santo soffia le idee come «missione», «missionario», «partire»,
«annuncio», «evangelizzazione», «apostolo» e altri vocaboli dell’attività
missionaria. In questa condizione, la città di Parma è pronta per far maturare
e chiarire la vocazione del Conforti. Essa è disposta per fecondare e sostenere
l’inclinazione del Conforti, seguendo lo sguardo di Gesù Crocefisso. Il
contatto del Conforti con San Francesco Saverio, patrono delle missioni, attraverso
una visita a san Rocco e il libro della sua vita, lo ha illuminato per chiarire
il grande dono di Dio alla Chiesa. Un dono che pian piano mette in atto una
comunità esclusivamente missionaria. La specificità della sua missionarietà sta
nell’obbiettivo di questa missione tra gli infedeli ossia tra quelli che non
conoscono e non amano Gesù Cristo.
Il dono spirituale
della città avviene anche attraverso la visita di P. Anelli, un nobile milanese
e il missionario di San Calogero di Milano che opera in Cina. Durante la
vacanza, egli raccoglie i fondi per la missione e ha predicato la situazione
della missione in Cina agli abitanti di Parma alla fine del giugno 1887. Il
legame forte tra Conforti e P. Anelli fruttifica con il mandato di suoi 4
missionari saveriani nella zona dove questo P. Anellini aveva lavorato.
Le varie visite e le
varie letture si intrecciano alla fine a queste due parole chiavi che riassumono
il suo cammino spirituale fino alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale:
la missione e la Cina. Il segreto sta nella totalità dell’amore di Dio per uomo
nel dare il suo unico Figlio, la totalità del dono di Gesù Cristo fino alla
morte sulla croce, l’incontro con l’immagine di Francesco Saverio e la novità
della missione in Cina che ha fatto sacrificio anche i martiri. La domanda
successiva è «in che modo si attualizza la bellezza di questa sintesi della
vita spirituale in un opera concreta nello stato di vita in cui egli vive
adesso?»
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| Il battistero di Parma |
La città di Parma lo
vuole tanto bene! A Parma, tanti impegni pastorali nella diocesi raffigurano
una profezia per il futuro del Conforti. Il vescovo, Mons. A. Miotti, aggiunge
i suoi carichi e lo nomina come il canonico titolare della Prebenda Sacerdotale
di Moletolo in 14 aprile 1892. Mons. Magani, il suo successore lo nomina
pro-Vicario Generale in 23 febbraio 1895 e il Vicario generale della diocesi di
Parma 7 marzo 1896. Tutti questi impegni però non raffredda il suo desiderio
ardente della vita missionaria. Anzi, egli fondò un seminario per le missioni
estere, avendo la piena fiducia dal prefetto della Propaganda Fide, Mons.
Ledóchowski.
«Troppo
grave è il peso che mi è stato accollato, […]. Per questo il volto mi si coprì
di rossore, il cuore mi si destò a tumulto, e mi caddero calde lagrime dal
ciglio, quando intesi dalla bocca stessa del Vicario di Cristo quali disegni
avesse concepito sopra di me. Lo pregai, lo scongiurai a far cadere la scelta
sopra altri, ben più degno di essere vostro padre e pastore, gli confessai
coll’animo schietto e semplice d’esser povero di virtù, di senno, di
esperienza, di dottrina, e quindi immeritevole dell’altezza dell’Episcopato; ma
tutto tornò inutile, poiché Egli, nella sovrana sua bontà, quasi a conforto
della mia debolezza, mi assicurò che com’era volere di Dio che io fossi
Vescovo, così non mi sarebbe mai mancato il soccorso di quella grazia divina,
che rende onnipotente l’umana debolezza».
In ogni tappa della
vita c’è sempre la morte da celebrare. Questa è il momento del mutamento della
fede e della docilità allo spirito. È il tempo in cui uno si apre alla presenza
dell’altro. Questo significa smettere di girare intorno a sé e dare
l’attenzione, lo spazio e il tempo in modo tale che l’altro si riveli. La
nomina per diventare l’Arcivescovo di Ravenna risuona come un distacco
affettivo ed effettivo per il novello seminario da lui fondato. Il Canonico
Conforti non immagina l’altro che «la notte oscura», il concetto di vita
spirituale molto noto in San Giovanni della Croce. Tutto sembra crollato.
Incontriamo qui un
Conforti che è ancora attaccato alla sua creazione, cioè il novello seminario
per le missioni estere, al suo bene spirituale messo in opera. Un Conforti che
pensa ancora come un battitore unico, cioè se non ci fosse lui fisicamente a
casa, il seminario non continuerebbe avanti. Ha ragione le sue preoccupazioni,
le sue tristezze e le sue obbiezioni. Però la totalità di Cristo esige la
nostra totalità. Se il Conforti da piccolo seminarista coltivava la fiducia in
Dio attraverso l’offerta della giornata, santificazione della giornata, i sacramenti,
obbedienza ai superiori, senso di appartenenza alla Chiesa, ecc. come egli
stesso ha scritto nei propositi giovanili e diciamo che tutto è nelle mani di
Dio, allora «né morte, né vita ci separerà dall’amore di Cristo» (Rm 8,35). È
vero tutto questo? Ci vuole una dura parola dal Papa Leone XIII per quanto
riguarda la nomina dell’Arcivescovo di Ravenna allo scopo di mettere tutta la
bellezza delle parole spirituali del Conforti in atto.
«Non
insistete di vantaggio e molto meno fate insistere da altri perché allora mi
costringereste ad un imperioso comando. Al Vicario di Cristo bisogna obbedire
prontamente. Vi ho invitato a venire in persona a Roma appunto per rompere
ogni indugio e perché intendeste dalla bocca stessa del Papa quello che Egli
vuole da voi. Disponetevi dunque a fare la volontà di Dio che vi sarà largo
della sua grazia».
Sono le parole
indimenticabile che il Conforti ricorda e le racconta al Card. Ferrari,
l’Arcivescovo di Milano. Non si può negare però la sua fede piccola adulta. Una
fede che ha accolto la profondità dello sguardo del Crocefisso sin da bambino.
È una fede che cresce e si matura nella quotidianità con tanti sacrifici: i
problemi famigliari –soprattutto quelli di suo papà e di suo fratello Ismael –,
la sua condizione di salute e l’obbedienza ai suoi superiori nella diocesi di
Parma. Però tutti questi sacrifici non bastano. Il ferro va purificato nella
fiamma ardente per poter essere trasformato. L’argilla va impastata per poter
essere formato dal vasaio che «la forma al sua piacimento» (Sir 33,13). La
visione missionaria del Conforti va ancora maturata nelle varie prove di vita e
attraverso la conversione continua.
Dopo circa tre anni,
l’ambiente e l’aria di Ravenna non favorisce la sua condizione di salute. In
questa città, il suo lavoro apostolico è accompagnato dalla salute
malandata. Il Mons. Conforti si arrende e propone la dimissione dal
carico. In breve tempo, come la risposta in una lettera datata il 16 settembre
1907, il Papa Pio X lo prega ad accettare di essere nominato Vescovo Coadiutore
del Vescovo di Parma, Mons. Magani. La sua morte improvvisa fa sì che il Mons.
Conforti assume in piena responsabilità il governo della diocesi di Parma.
Nello stesso tempo, questa diventa una nuova pagina dell’impegno del Mons.
Conforti per affiancare il suo seminario per le missioni estere. Visto che ci
sono tanti problemi quando Conforti prende di possesso la diocesi di Parma, sarà
un viaggio continuo da un Calvario di Ravenna all’altro di Parma?
4 «Il Crocefisso è la sintesi»
Mi interessa adesso è vedere come Conforti affronta le sue crisi
senza fine (in continua a venire)? La crisi è un momento opportuno per vedere
in che modo il Signore ci sta plasmando, ci sta preparando e ci sta formando
secondo il suo progetto di salvezza in vista dei bisogni della gente a cui Egli
stesso ci è stata affidata. Dall’altra parte della moneta, così buio e pesante
questa crisi, a volte non ci lascia andare! Ecco il tempo della desolazione,
della notte oscura, della continua lamentazione perché non siamo riusciti la
prima stella del mattino che ci guida.
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| Il crocefisso di Conforti a Parma |
Il succo del cammino spirituale di Conforti con il Signore nella
storia scaturisce nel suo motto «in omnibus Christus». Questo è apparso per la
prima volta in una lettera datata 26 gennaio 1888 al suo amico, a don Venturini
Giuseppe. È davvero che questa frase paolina è la chiave di lettura e la parola
d’ordine a cui il Conforti fa sempre come il punto di orientamento? Quale
l’immagine di Dio e dell’uomo che il Conforti ha nei momenti di crisi?
Le cause della crisi sono varie. Potrebbero venire dalla perdita
dell’armonia interiore, dalla fine di una fase spirituale, dalla stanchezza, dalle
trasformazioni nell’ambiente esteriore, Consiste nella distanza tra l’immagine
ideale e reale di se stessi, dalla natura stessa del dinamismo carismatico ecc.
Per rispondere a quelle domande, si parte dall’esperienza
oggettiva e interiore da parte del Conforti di Gesù crocefisso. Mi concentro
soprattutto al momento iniziale in cui scatta l’opera di Dio nel cuore di
Conforti. È una fase di vita vulnerabile nel senso che in quel momento
decisivo, quando il cuore che abita nel mondo si spalanca al Cielo, tutto viene
orientato all’unico sommo bene. Così la soluzione positiva della crisi consiste
nella serena accettazione della situazione o del proprio stato d’animo come una
possibilità dello sviluppo umano e cristiano. Altrimenti, la durezza dei cuori
imprigiona l’uomo a vivere sempre il suo passato peccaminoso. Di seguito,
qualcuno rimane sempre fuori dal castello interiore, ossia, la sua vita viene
gettata fuori dal suo castello.
Quel momento è «il fascino dello sguardo da Gesù sulla croce».
Questo sguardo compassionevole lo trascina fortemente a passare ogni
giorno nell’oratorio della Pace. I suoi propositi giovanili rivelano che lo
splendore di quello sguardo trova la sua continuazione, innanzitutto nei
sacramenti: l’Eucaristia e la confessione mensile. Questa verticalizzazione
dice molte cose. Non si risolve i problemi quotidiani, appoggiandosi soltanto
alle cose spirituali o all’intelligenza meramente umana. Ci vuole
l’intelligenza della fede che viene nutrita dall’eucaristia e viene purificata
dalla riconciliazione.
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| Una cappella nel Duomo di Parma |
L’Eucaristia è «per eccellenza il sacramento dell’amore».
Celebrandola, facciamo memoria del donarsi del Figlio di Dio per la nostra
salvezza fino all’ultimo respiro sulla croce. Accogliendo Eucaristia significa
ricordare ed essere testimoni della passione di Cristo (Cf. 1Cor 11,26). È una
memoria edificante perché costruisce «il vincolo di unione fraterna e la
concordia degli animi». Una volta era data come un premio riservato alle anime
elette, ma l’Eucaristia è anche un antidotto che sana e preserva delle
malattie. Di conseguenza, questa non esclude le debolezze, le infermità e le
piaghe di chi lo riceve.
Qui il nostro Conforti comprende il legame stretto tra
l’Eucaristia e la confessione. L’effetto più ampio si percepisce nel rapporto
orizzontale che edifica la comunità. A sua volta, quando i nostri errori
minacciano l’armonia del rapporto con Dio, con il prossimo e il mondo, allora
la confessione ci risana. Se con la bocca professiamo la fede in Dio, il nostro
cuore rivela e verifica la sua verità nelle opere. «Oh, quanto siamo lontani
dalla santità del nostro Duce e Signore!», scrive il Conforti. Non vi sono
peccati che non possano essere rimessi. È vero che gli stessi peccati
e gli stessi difetti tornano e ripetiamo la stessa cosa nella confessione.
Lo sguardo compassionevole del Crocefisso, tuttavia, non vuole vederci con gli
abiti cattivi. Egli offre la sua misericordia e il suo perdono affinché
possiamo vivere e tornare a nutrirci col vero pane della vita, Gesù Cristo
stesso.
In un secondo momento, il Conforti rileva l’importanza della
meditazione della Parola, soprattutto quella che riguarda il racconto della
passione. Nella sua prima riflessione da sacerdote sulla passione nel venerdì
santo, 19 aprile 1889, il Conforti scrive «La passione di un Dio crocefisso è
l’argomento di profonda meditazione per un’anima che crede ed ama». Questo
periodo di agonia è un tempo in cui il legno incrociato interpella il cuore che
lo osserva. Non ci vuole tanto. È basta uno sguardo per trasformare la vita di
una persona. Due malfattori che si mettono al fianco del Crocefisso hanno le
percezioni e le esperienze diverse. Il primo lo insultava e l’altro chiede il
perdono (cf. Lc 24,39-43). Così pure il centurione riconosce Gesù come Figlio
di Dio, avendolo visto spirare sulla croce (cf. Mc 15,39). La meditazione della
Parola è uno strumento per estendere l’anima a meditare.
Il terzo, è continuo rapporto con lo splendore dello sguardo del
Crocefisso che invita a guardare il cielo. Per quanto riguarda il rapporto con
questa comunità celeste, bisogna ricordare una sua grande devozione al Sacro
Cuore sin dal seminarista. Egli era alunno del IV corso teologico nel momento
in cui si è iscritto alla pia unione del Sacro Cuore di Gesù, che è
canonicamente stabilita nella Chiesa Parrocchiale di Santo Spirito a Parma
Questa devozione continua e risuona ancora nei suoi servizi come vescovo di
Parma. Così durante gli esercizi spirituali fatti per il XXV di consacrazione
episcopale in dicembre del 1927, egli scrive «Professerò speciale devozione al
Cuore adorabile di Gesù, al quale ho consacrato le famiglie, le parrocchie, la
Diocesi, il Clero, onde ottenere su tutti copia di grazie e benedizioni».
Questa devozione si allarga chiaramente poi alla sua madre, la
Beata Vergine Maria, che è stata data a noi tutti dall’alto del Crocefisso. «Dopo
che a Cristo, noi siamo debitori a Maria». Così non viene meno la devozione
alla B.V. Maria sin da piccolo con il digiuno e la santificazione di tutta la
giornata e le azioni sotto la sua protezione, anzi attribuiva la guarigione
prima della sua ordinazione alla Madonna di Fontanellato. Nella lettera a don
Clemente Antolini, Conforti descrive la sua prima messa dopo l’ordinazione al
santuario della Madonna di Fontanellato come «il giorno più bella della mia
vita». Non viene meno anche le devozioni ai santi come San Giuseppe, l’Angelo
Custode, San Luigi Gonzaga, San Guido, San Giovanni Bergmans,
San Francesco Saverio e altri santi. Tutto questo indica l’umiltà del
Conforti per riconoscere l’importanza degli amici celesti per rimanere in
sintonia con Gesù crocefisso, avendo gli stessi sentimenti che sono in Cristo
Gesù (cf. Fil 2,5).
Alla fine, la visione del Crocefisso sintetizza la vita di un
sacerdote. In che modo si intreccia e si manifesta il legame tra la vita di un
sacerdote e il Crocefisso? Ecco la visione del Conforti durante gli eserciti a
Berceto nel 1918:
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| Guido Maria Conforti, il Vescovo di Parma |
«Il sacerdote quindi deve tenere il Crocefisso nel
suo tavolo di studio perché esso: Dei sapientia e diffonde viva luce su tutte
le verità soprannaturali; deve tenerlo nel luogo di preghiera, perché Cristo
Crocefisso è nostro mediatore presso il Padre; deve tenerlo nel suo petto,
perché il suo cuore deve essere un altare sopra del quale Cristo ha da regnare.
Anche la liturgia vuole l’immagine del Crocefisso dappertutto. Sull’altare,
dove si rinnova ogni giorno il sacrifizio del Calvario. Sul pulpito perché il
Sacerdote deve prendere ispirazione non dalla sapienza umana, ma divina di cui
il Crocefisso è la sintesi, deve annunziare quelle verità che Cristo ha
suggellato col suo Sangue Divino. Sul confessionale, perché è là che si
continua a diffondere il sangue della vittima Divina a remissione dei
peccati. Al letto dei moribondi perché in quelle ore estreme solo il Crocefisso
potrà dare speranza e conforto. La Croce infine sarà posta sulla tomba del
Sacerdote quasi per ricordare la missione da esso esercitata per la virtù
divina della Croce pegno dell’umano riscatto. Quella Croce pel prete santo
suonerà benedizione e strapperà l’accento del rimpianto e della lode ai
fedeli superstiti testimoni delle sue virtù. Suonerà invece rimprovero pel Sacerdote
che visse dimentico della santità del suo stato».
Dalla nascita alla sua morte, il Crocefisso è la Parola per il
sacerdote. Egli consola, fortifica, dà ispirazione e diventa il testimone nel
momento in cui il sacerdote muore. La sua morte parla ancora e comunica la vita
insieme con il Crocefisso. Questa riflessione degli esercizi evidenzia la
bellezza del Crocefisso nella vita dei sacerdoti. È la sintesi perché
riassume tutta la vita di un sacerdote. È la sintesi perché quel Crocefisso è
la fonte di cui un sacerdote deve sempre attingere l’ispirazione e la forza. Il
Gesù crocefisso penetra e si estende in tutta la vita del sacerdote, in tutto
ciò che egli l’ha fatto, lo fa e lo farà. In tutte le circostanze questo è
presente e va presentato come l’aria che fa battere il cuore, fa circolare il
sangue e alla fine fa funzionare tutti gli organi del corpo. Orientarsi verso
di lui significa formarsi secondo il modello per diventare «alter Christus»,
per essere un’altra copia fedele di Cristo in modo tale che tutti conoscano,
amino e seguano Gesù Cristo. Ecco perché il Crocefisso è la sintesi di tutta la
vita di un sacerdote.
Ma se continuiamo a domandare, chi è quell’uomo appoggiato sul
crocefisso? L’elogio della carità di Paolo riassume la prima immagine di Gesù
che il Conforti scopre e custodisce (cf. 1Cor 13). È un mistero questo. Com’è
possibile questa logica del dono gratuito nonostante il rifiuto resistente da
parte del suo prossimo? Non basta per Gesù predicare la venuta del Regno di
Dio, insegnare la legge di Dio, guarire gli ammalati, fare le moltiplicazioni
del pane, fa risorgere i morti e dare tutte le cose esteriore per il bene delle
sue creature. Anzi, egli dà proprio la sua «sostanza» (cf. Lc 15,12) e dona se
stesso per il bene di tutto il suo popolo. Egli consegna la sua vita nelle mani
delle sue creature. Questo Gesù è proprio come «agnello condotto al
macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la bocca» (cf.
Is 53,7). È proprio la logica dell’amore che ci rende fragili. È questa la
ragione per la quale Gesù non ha ribellato contro i suoi carnefici. È proprio
questa apparenza della debolezza che caratterizza l’identità di Dio del
Conforti. Un Dio fragile perché ama veramente. Non si tratta però di una scelta
facile questo l’essere debole a causa dell’amore. Nella logica di questo Dio,
entriamo nel piano superiore in cui il principio fondamentale è la totalità
dell’amore senza limite.
Un Dio molto esigente è la seconda immagine di Dio che il
Conforti scopre. Questa immagine ha la sua origine dal fatto che Gesù
crocefisso desidera che i discepoli stiano vicini a lui. Egli invita tutti
quelli che lo guardano ad entrare in relazione intima, aperta e senza paura con
lui. Riflettendo la parola «Padre» nella preghiera del Padre nostro, egli
commenta:
«Il Dio nostro è un Dio di amore e di consolazione, un
Dio che ci fa sentire interiormente la nostra miseria e la sua misericordia
infinita, che si unisce a noi nel fondo dell’anima nostra, che la riempie
d’umiltà, di gioia, di fiducia, d’amore; che fa sentire a quest’anima che egli
è il suo unico bene, che tutto il suo riposo è in lui e che non avrà gioia se
non amandolo».
Questo esempio del Signore invita a stare insieme con lui, ma in
piena libertà. Lo sguardo del Crocefisso è un invito alla generosità dell’uomo.
È una generosità, perché seguire Gesù significa mettersi nei suoi panni. Ciò
significa rinnegare se stesso, prendere la propria croce e seguirlo (cf. Mc
8,34).
| Sulla strada del pellegrinaggio a Xavier-España |
Alla luce di questo principio, quindi, sono valorizzati i
sacrifici e le sofferenze, come strumenti di purificazione per essere tutto e
tutti in Dio. «Omnia possum in eo qui me confortat» (Fil 4,13), aggiungendo «Se
tanti hanno perseverato, persevereremo ancor noi». Si verifica poi che nella
vita del Conforti non vi manca questo aspetto. Egli non ha paura perché quello
sguardo del Crocefisso rischiara la sua anima, insegnandola a conoscere e
seguire lui stesso fino alla croce, e attraverso di lui, conoscere se stesso e
il Padre.
La terza immagine di Gesù crocefisso, che colpisce il Conforti,
è il suo aspetto provvidenziale. «Dio ci ha creato a sua immagine, ci conserva
e ci provvede del necessario della vita». L’immagine del Crocefisso è segnata
dalla sofferenza e questo evidenzia la sua identità salvifica, che agisce anche
nelle condizioni dolorose, caotiche o assurde dell’uomo.
«Eppure Iddio che suol adoperare mezzi debolissimi per
compiere grandi disegni onde meglio apparisca la potenza del suo braccio, si è
servito di ciò che dal mondo era stimato debolezza e follia per conquistarlo al
suo regno dopo d’averlo interamente rinnovato».
Dio fa sua la nostra debolezza, perché l’amore si afferma solo
con l’amore, non con la fuga dalla sofferenza, né con la violenza (cf. 1Cor
1,25 e 2Cor 12,9). Il segreto di questa condivisione è la potenza delle sue
braccia del Crocefisso estese sulla croce, la potenza della sua carità che è
più forte della morte. Questa terza immagine alla fine invita l’uomo a vivere
una nuova vita in Dio, con una logica diversa, con una misura differente e alla
luce dello sguardo di Gesù crocefisso.
Finora si incontra gli inizi della vocazione, il suo sviluppo e
il suo mutamento nella vita del Conforti. Il suo itinerario spirituale passa
attraverso una via piccola, stretta e sempre in salita. Le tappe storiche della
sua vita, tuttavia, ci favoriscono a scoprire la dinamica della sua ricerca per
rivelare il volto dell’uomo, il mistero di Dio e il motto «in omnibus
Christus». Questi tre aspetti hanno un’unica fonte: il Crocefisso. Guardandolo,
l’uomo può trovare la sua identità. Avvicinandosi ad esso, l’uomo riconosce la
sua realtà peccaminosa. L’uomo è invitato a conoscersi in Lui. È un viaggio per
conoscere e riconoscere che c’è Gesù crocefisso nella profondità
dell’anima dell’uomo. Non si sbaglia che nello sguardo del Crocefisso
rispecchia l’immagine dell’uomo, compresso tutto quelle persone che sono ancora
lontani da Lui. La contemplazione dello sguardo del Crocefisso per mezzo
dell’amore poi conduce pian-piano l’uomo all’unione dell’anima con Dio. In
questo modo, l’uomo diventa una nuova creazione in Cristo ed è pronto ad essere
testimone del Crocefisso.
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| La domenica, andando per la messa in Mentawai e.... buon viaggio!!! |
Gesù Crocefisso, ecco la vostra spada, la vostra
forza, l’arma invincibile, il segreto delle vostre vittorie. […] Per essa vi
renderete superiori alla fralezza vostra, trionferete della superstizione e
dell’umana perfidia e procederete innanzi nelle pacifiche vostre conquiste per
la dilatazione del Regno di Dio.
Ecco la ricchezza del compendio «in omnibus Christus» che il
Conforti vuole trasmettere ai suoi figli. Non si tratta semplicemente di
qualsiasi Cristo in genere, ma della totalità del donarsi di Cristo
e Cristo crocefisso. È una totalità fino all’ultimo respiro, forza,
coraggio, parola e all’ultima opera di salvezza sulla croce; nel momento in cui
non c’è più la possibilità per fare le grandi opere miracolose tranne l’essere
fiducioso alla volontà del Padre suo. Ecco, il Crocefisso ci rivela la totalità
del Padre nel donare il proprio Figlio. La totalità del dono di questo Figlio
(cf. Ef 5,1-2) poi diffonde che «Dio ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).
L’articolo è stata allargato
dal
«Volare con le due ali: vita religiosa e carisma apostolico di Guido Maria Conforti»
alfonsus widhiwiryawan, parma, ottobre 2011
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