lunedì 10 ottobre 2011

Guido Maria Conforti. Dalla crisi alla sintesi: il Crocefisso


1. La crisi?

Quando parliamo della crisi, c’è un’aria delle circostanze sfavorevoli che intralcia l’andamento della vita. Ma non è sempre la crisi conduce ad una situazione peggiore, anzi, san Francesco d’Assisi ha creato il cantico nel momento più difficile della sua vita e san Giovanni della Croce ha scritto la poesia più bella nel momento in cui i suoi confratelli l’hanno carcerato. Ciò che determina la direzione è il modo in cui uno gestisce questa situazione.

Possiamo approfondire qualche tappa nella vita di Conforti mi concentro soprattutto nel momento delicato della scelta di vita missionaria e il mandato ricevuto dal Santo Padre come il vescovo di Ravenna. Sono due eventi importanti che determinano due grandi famiglie, che sono la famiglia dei missionari saveriana e la famiglia della Chiesa locale; entrambi sono di un solo gregge di Gesù Cristo.

2         Scegliere

La prima sfida per scegliere uno stato di vita di Conforti è incontrare la propria famiglia. Quanto è difficile! Non si tratta di un singolo problema di Conforti, ma anche di tutti coloro che vogliono seguire il Signore in modo più totale e sublime. Anzi, si potrebbe dire che la sfida della famiglia è quella più grande e abbatte il candidato nel momento più cruciale della scelta. A volte è capitato un attimo prima di entrare nel seminario, della professione perpetua o dell’ordinazione. Dove si trova la volontà di Dio? Servire il Signore e la sua Chiesa oppure dare una mano alla propria famiglia che si trova, per un momento, in difficoltà?

Un ponte su cui i missionari devono passare nell'isola di Mentawai
Il patrimonio della famiglia di Conforti è grandissimo. Ha ragione il papà Rinaldo quando gli ha chiesto che lo aiutasse nell’amministrazione dei terreni, anche senza studiare molto, considerando che tra dieci dei suoi figli, tre morirono da piccoli e due da giovani. È la questione della fiducia di suo papà verso Guido, più che al suo fratello Ismaele e le altre tre sue sorelle: Clotilde, Merope e Paolina!

La risposta chiara di suo papà è ben compreso da Guido. Don Ormisda Pellegri raccontava che «poi il Servo di Dio si buttò a terra piangendo, ed infine ottenne il consenso, per intercessione della madre». È un gesto normale da bambino? Potrebbe essere confermato! Però non dimentichiamo che il Crocefisso lo ha attirato a sé. È molto difficile per lui trascurare quel sguardo silenzioso e profondo che penetra la sensibilità della sua anima per seguirlo più da vicino. È uno sguardo che riflette gli ultimi e gli emarginati del Regno dei cieli, che sono tutte le persone che giacciono ancora nelle tenebre, non conoscendo Gesù Cristo. È uno sguardo vivo e solidale che scruta la disponibilità dei cristiani impegnati. Questo sguardo, accompagnato dall’atmosfera missionaria della città che vediamo dopo, diventa un elemento fondamentale che determina le sue intuizioni e chiarisce le strade da intraprendere nei suoi prossimi anni.

È ovvio che non c’è un obbligo di contraccambio in questa faccenda. Il piccolo Guido è libero per compiere il desiderio di suo papà per fare una vita nel seminario. È soltanto il dono dell’amore del Crocefisso che lo spinge a donarsi. Ciò fa capire che Gesù Crocefisso è tutto per Conforti, perché «è lui che mi ha dato la vocazione».
Il crocefisso ad Assisi

3         Il dono della spiritualità della città di Parma

Direi «il dono della spiritualità», perché questa città ha una lunga storia del cristianesimo e conserva la devozione ai santi protettori che intercedono per la vita della città. Ma quale concetto della città che intendo dire? La spiritualità della città è legata al modo di vivere la vita in comunione. Così lo stare insieme con gli altri apre una strada per condividere il principio, il fondamento e il punto di orientamento della vita di ciascuno. Di conseguenza, l’aspetto comunitario della città restringe una vita privata separata dai muri e sviluppa la bellezza della condivisione.

Magari è una cosa pazzesca se sappiamo che la città di Parma ha sei santi protettori insieme alla Madonna? Questi sono San Bernardo, San Francesco Saverio, San Ilario, San Girolamo, San Tomaso, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi e San Giovanni Battista. Adesso la storia continua a intraprendere la sua strada. Nonostante l’influsso del secolarismo e dell’epoca digitale invadono la vita di questa città ed è aggravata la situazione anche dal non voler sapere della storia, la spiritualità della città di Parma sta aspettando la pioggia che ringiovanire la sua vita.

Un esempio semplice di una condivisione di cui parlavamo è la presenza di San Francesco Saverio come uno dei protettori di questa città. Circa cento anni dopo la morte di Francesco Saverio, la città di Parma era circondata e minacciata da una peste. No ho capito perché gli abitanti della città non hanno invocato San Rocco, già il protettore della città ed è molto noto come il guantore della peste, ma devia la devozione ad un nuovo personaggio, San Francesco Saverio, per preservare la città di Parma dall’orribile epidemia. Salvata la città dall’epidemia, viene messo un lapide commemorativa come un atto di riconoscenza nella Chiesa di San Rocco, al fianco dell’immagine di San Francesco Saverio in mezzo alle genti.

La presenza di questo nuovo santo soffia le idee come «missione», «missionario», «partire», «annuncio», «evangelizzazione», «apostolo» e altri vocaboli dell’attività missionaria. In questa condizione, la città di Parma è pronta per far maturare e chiarire la vocazione del Conforti. Essa è disposta per fecondare e sostenere l’inclinazione del Conforti, seguendo lo sguardo di Gesù Crocefisso. Il contatto del Conforti con San Francesco Saverio, patrono delle missioni, attraverso una visita a san Rocco e il libro della sua vita, lo ha illuminato per chiarire il grande dono di Dio alla Chiesa. Un dono che pian piano mette in atto una comunità esclusivamente missionaria. La specificità della sua missionarietà sta nell’obbiettivo di questa missione tra gli infedeli ossia tra quelli che non conoscono e non amano Gesù Cristo.

Il dono spirituale della città avviene anche attraverso la visita di P. Anelli, un nobile milanese e il missionario di San Calogero di Milano che opera in Cina. Durante la vacanza, egli raccoglie i fondi per la missione e ha predicato la situazione della missione in Cina agli abitanti di Parma alla fine del giugno 1887. Il legame forte tra Conforti e P. Anelli fruttifica con il mandato di suoi 4 missionari saveriani nella zona dove questo P. Anellini aveva lavorato.
Le varie visite e le varie letture si intrecciano alla fine a queste due parole chiavi che riassumono il suo cammino spirituale fino alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale: la missione e la Cina. Il segreto sta nella totalità dell’amore di Dio per uomo nel dare il suo unico Figlio, la totalità del dono di Gesù Cristo fino alla morte sulla croce, l’incontro con l’immagine di Francesco Saverio e la novità della missione in Cina che ha fatto sacrificio anche i martiri. La domanda successiva è «in che modo si attualizza la bellezza di questa sintesi della vita spirituale in un opera concreta nello stato di vita in cui egli vive adesso?»
Il battistero di Parma

La città di Parma lo vuole tanto bene! A Parma, tanti impegni pastorali nella diocesi raffigurano una profezia per il futuro del Conforti. Il vescovo, Mons. A. Miotti, aggiunge i suoi carichi e lo nomina come il canonico titolare della Prebenda Sacerdotale di Moletolo in 14 aprile 1892. Mons. Magani, il suo successore lo nomina pro-Vicario Generale in 23 febbraio 1895 e il Vicario generale della diocesi di Parma 7 marzo 1896. Tutti questi impegni però non raffredda il suo desiderio ardente della vita missionaria. Anzi, egli fondò un seminario per le missioni estere, avendo la piena fiducia dal prefetto della Propaganda Fide, Mons. Ledóchowski.



«Troppo grave è il peso che mi è stato accollato, […]. Per questo il volto mi si coprì di rossore, il cuore mi si destò a tumulto, e mi caddero calde lagrime dal ciglio, quando intesi dalla bocca stessa del Vicario di Cristo quali disegni avesse concepito so­pra di me. Lo pregai, lo scongiurai a far cadere la scelta sopra altri, ben più degno di essere vostro padre e pastore, gli confessai coll’animo schietto e semplice d’esser povero di virtù, di senno, di esperienza, di dottrina, e quindi immeritevole dell’altezza dell’Episcopato; ma tutto tornò inutile, poiché Egli, nella sovrana sua bontà, quasi a con­forto della mia debolezza, mi assicurò che com’era volere di Dio che io fossi Vescovo, così non mi sarebbe mai mancato il soccorso di quella grazia divina, che rende onnipotente l’umana debolezza».

In ogni tappa della vita c’è sempre la morte da celebrare. Questa è il momento del mutamento della fede e della docilità allo spirito. È il tempo in cui uno si apre alla presenza dell’altro. Questo significa smettere di girare intorno a sé e dare l’attenzione, lo spazio e il tempo in modo tale che l’altro si riveli. La nomina per diventare l’Arcivescovo di Ravenna risuona come un distacco affettivo ed effettivo per il novello seminario da lui fondato. Il Canonico Conforti non immagina l’altro che «la notte oscura», il concetto di vita spirituale molto noto in San Giovanni della Croce. Tutto sembra crollato.

Incontriamo qui un Conforti che è ancora attaccato alla sua creazione, cioè il novello seminario per le missioni estere, al suo bene spirituale messo in opera. Un Conforti che pensa ancora come un battitore unico, cioè se non ci fosse lui fisicamente a casa, il seminario non continuerebbe avanti. Ha ragione le sue preoccupazioni, le sue tristezze e le sue obbiezioni. Però la totalità di Cristo esige la nostra totalità. Se il Conforti da piccolo seminarista coltivava la fiducia in Dio attraverso l’offerta della giornata, santificazione della giornata, i sacramenti, obbedienza ai superiori, senso di appartenenza alla Chiesa, ecc. come egli stesso ha scritto nei propositi giovanili e diciamo che tutto è nelle mani di Dio, allora «né morte, né vita ci separerà dall’amore di Cristo» (Rm 8,35). È vero tutto questo? Ci vuole una dura parola dal Papa Leone XIII per quanto riguarda la nomina dell’Arcivescovo di Ravenna allo scopo di mettere tutta la bellezza delle parole spirituali del Conforti in atto.

«Non insistete di vantaggio e molto meno fate insistere da altri perché allora mi costringereste ad un imperioso comando. Al Vicario di Cristo biso­gna obbedire prontamente. Vi ho invitato a venire in persona a Ro­ma appunto per rompere ogni indugio e perché intendeste dalla bocca stessa del Papa quello che Egli vuole da voi. Disponetevi dun­que a fare la volontà di Dio che vi sarà largo della sua grazia».

Sono le parole indimenticabile che il Conforti ricorda e le racconta al Card. Ferrari, l’Arcivescovo di Milano. Non si può negare però la sua fede piccola adulta. Una fede che ha accolto la profondità dello sguardo del Crocefisso sin da bambino. È una fede che cresce e si matura nella quotidianità con tanti sacrifici: i problemi famigliari –soprattutto quelli di suo papà e di suo fratello Ismael –, la sua condizione di salute e l’obbedienza ai suoi superiori nella diocesi di Parma. Però tutti questi sacrifici non bastano. Il ferro va purificato nella fiamma ardente per poter essere trasformato. L’argilla va impastata per poter essere formato dal vasaio che «la forma al sua piacimento» (Sir 33,13). La visione missionaria del Conforti va ancora maturata nelle varie prove di vita e attraverso la conversione continua.

Dopo circa tre anni, l’ambiente e l’aria di Ravenna non favorisce la sua condizione di salute. In questa città, il suo lavoro apostolico è accompagnato dalla salute malandata. Il Mons. Conforti si arrende e propone la dimissione dal carico. In breve tempo, come la risposta in una lettera datata il 16 settembre 1907, il Papa Pio X lo prega ad accettare di essere nominato Vescovo Coadiutore del Vescovo di Parma, Mons. Magani. La sua morte improvvisa fa sì che il Mons. Conforti assume in piena responsabilità il governo della diocesi di Parma. Nello stesso tempo, questa diventa una nuova pagina dell’impegno del Mons. Conforti per affiancare il suo seminario per le missioni estere. Visto che ci sono tanti problemi quando Conforti prende di possesso la diocesi di Parma, sarà un viaggio continuo da un Calvario di Ravenna all’altro di Parma?


4         «Il Crocefisso è la sintesi»

Mi interessa adesso è vedere come Conforti affronta le sue crisi senza fine (in continua a venire)? La crisi è un momento opportuno per vedere in che modo il Signore ci sta plasmando, ci sta preparando e ci sta formando secondo il suo progetto di salvezza in vista dei bisogni della gente a cui Egli stesso ci è stata affidata. Dall’altra parte della moneta, così buio e pesante questa crisi, a volte non ci lascia andare! Ecco il tempo della desolazione, della notte oscura, della continua lamentazione perché non siamo riusciti la prima stella del mattino che ci guida.
Il crocefisso di  Conforti a Parma

Il succo del cammino spirituale di Conforti con il Signore nella storia scaturisce nel suo motto «in omnibus Christus». Questo è apparso per la prima volta in una lettera datata 26 gennaio 1888 al suo amico, a don Venturini Giuseppe. È davvero che questa frase paolina è la chiave di lettura e la parola d’ordine a cui il Conforti fa sempre come il punto di orientamento? Quale l’immagine di Dio e dell’uomo che il Conforti ha nei momenti di crisi?

Le cause della crisi sono varie. Potrebbero venire dalla perdita dell’armonia interiore, dalla fine di una fase spirituale, dalla stanchezza, dalle trasformazioni nell’ambiente esteriore, Consiste nella distanza tra l’immagine ideale e reale di se stessi, dalla natura stessa del dinamismo carismatico ecc.

Per rispondere a quelle domande, si parte dall’esperienza oggettiva e interiore da parte del Conforti di Gesù crocefisso. Mi concentro soprattutto al momento iniziale in cui scatta l’opera di Dio nel cuore di Conforti. È una fase di vita vulnerabile nel senso che in quel momento decisivo, quando il cuore che abita nel mondo si spalanca al Cielo, tutto viene orientato all’unico sommo bene. Così la soluzione positiva della crisi consiste nella serena accettazione della situazione o del proprio stato d’animo come una possibilità dello sviluppo umano e cristiano. Altrimenti, la durezza dei cuori imprigiona l’uomo a vivere sempre il suo passato peccaminoso. Di seguito, qualcuno rimane sempre fuori dal castello interiore, ossia, la sua vita viene gettata fuori dal suo castello.

Quel momento è «il fascino dello sguardo da Gesù sulla croce». Questo sguardo compassionevole lo trascina fortemente a passare ogni giorno nell’oratorio della Pace. I suoi propositi giovanili rivelano che lo splendore di quello sguardo trova la sua continuazione, innanzitutto nei sacramenti: l’Eucaristia e la confessione mensile. Questa verticalizzazione dice molte cose. Non si risolve i problemi quotidiani, appoggiandosi soltanto alle cose spirituali o all’intelligenza meramente umana. Ci vuole l’intelligenza della fede che viene nutrita dall’eucaristia e viene purificata dalla riconciliazione.

Una cappella nel Duomo di Parma

L’Eucaristia è «per eccellenza il sacramento dell’amore». Celebrandola, facciamo memoria del donarsi del Figlio di Dio per la nostra salvezza fino all’ultimo respiro sulla croce. Accogliendo Eucaristia significa ricordare ed essere testimoni della passione di Cristo (Cf. 1Cor 11,26). È una memoria edificante perché costruisce «il vincolo di unione fraterna e la concordia degli animi». Una volta era data come un premio riservato alle anime elette, ma l’Eucaristia è anche un antidotto che sana e preserva delle malattie. Di conseguenza, questa non esclude le debolezze, le infermità e le piaghe di chi lo riceve.

Qui il nostro Conforti comprende il legame stretto tra l’Eucaristia e la confessione. L’effetto più ampio si percepisce nel rapporto orizzontale che edifica la comunità. A sua volta, quando i nostri errori minacciano l’armonia del rapporto con Dio, con il prossimo e il mondo, allora la confessione ci risana. Se con la bocca professiamo la fede in Dio, il nostro cuore rivela e verifica la sua verità nelle opere. «Oh, quanto siamo lontani dalla santità del nostro Duce e Signore!», scrive il Conforti. Non vi sono peccati che non possano essere rimessi. È vero che gli stessi peccati e gli stessi difetti tornano e ripetiamo la stessa cosa nella confessione. Lo sguardo compassionevole del Crocefisso, tuttavia, non vuole vederci con gli abiti cattivi. Egli offre la sua misericordia e il suo perdono affinché possiamo vivere e tornare a nutrirci col vero pane della vita, Gesù Cristo stesso.

In un secondo momento, il Conforti rileva l’importanza della meditazione della Parola, soprattutto quella che riguarda il racconto della passione. Nella sua prima riflessione da sacerdote sulla passione nel venerdì santo, 19 aprile 1889, il Conforti scrive «La passione di un Dio crocefisso è l’argomento di profonda meditazione per un’anima che crede ed ama». Questo periodo di agonia è un tempo in cui il legno incrociato interpella il cuore che lo osserva. Non ci vuole tanto. È basta uno sguardo per trasformare la vita di una persona. Due malfattori che si mettono al fianco del Crocefisso hanno le percezioni e le esperienze diverse. Il primo lo insultava e l’altro chiede il perdono (cf. Lc 24,39-43). Così pure il centurione riconosce Gesù come Figlio di Dio, avendolo visto spirare sulla croce (cf. Mc 15,39). La meditazione della Parola è uno strumento per estendere l’anima a meditare.

Il terzo, è continuo rapporto con lo splendore dello sguardo del Crocefisso che invita a guardare il cielo. Per quanto riguarda il rapporto con questa comunità celeste, bisogna ricordare una sua grande devozione al Sacro Cuore sin dal seminarista. Egli era alunno del IV corso teologico nel momento in cui si è iscritto alla pia unione del Sacro Cuore di Gesù, che è canonicamente stabilita nella Chiesa Parrocchiale di Santo Spirito a Parma Questa devozione continua e risuona ancora nei suoi servizi come vescovo di Parma. Così durante gli esercizi spirituali fatti per il XXV di consacrazione episcopale in dicembre del 1927, egli scrive «Professerò speciale devozione al Cuore adorabile di Gesù, al quale ho consacrato le famiglie, le parrocchie, la Diocesi, il Clero, onde ottenere su tutti copia di grazie e benedizioni».

Questa devozione si allarga chiaramente poi alla sua madre, la Beata Vergine Maria, che è stata data a noi tutti dall’alto del Crocefisso. «Dopo che a Cristo, noi siamo debitori a Maria». Così non viene meno la devozione alla B.V. Maria sin da piccolo con il digiuno e la santificazione di tutta la giornata e le azioni sotto la sua protezione, anzi attribuiva la guarigione prima della sua ordinazione alla Madonna di Fontanellato. Nella lettera a don Clemente Antolini, Conforti descrive la sua prima messa dopo l’ordinazione al santuario della Madonna di Fontanellato come «il giorno più bella della mia vita». Non viene meno anche le devozioni ai santi come San Giuseppe, l’Angelo Custode, San Luigi Gonzaga, San Guido, San Giovanni Bergmans, San Francesco Saverio e altri santi. Tutto questo indica l’umiltà del Conforti per riconoscere l’importanza degli amici celesti per rimanere in sintonia con Gesù crocefisso, avendo gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5).

Alla fine, la visione del Crocefisso sintetizza la vita di un sacerdote. In che modo si intreccia e si manifesta il legame tra la vita di un sacerdote e il Crocefisso? Ecco la visione del Conforti durante gli eserciti a Berceto nel 1918:

Guido Maria Conforti, il Vescovo di Parma

«Il sa­cerdote quindi deve tenere il Crocefisso nel suo tavolo di studio perché esso: Dei sapientia e diffonde viva luce su tutte le verità soprannaturali; deve tenerlo nel luogo di preghiera, perché Cristo Crocefisso è nostro mediatore presso il Padre; deve tenerlo nel suo petto, perché il suo cuore deve essere un altare sopra del quale Cristo ha da regnare. Anche la liturgia vuole l’immagine del Crocefisso dap­pertutto. Sull’altare, dove si rinnova ogni giorno il sacrifizio del Calvario. Sul pulpito perché il Sacerdote deve prendere ispirazione non dalla sapienza umana, ma divina di cui il Crocefisso è la sintesi, deve annunziare quelle verità che Cristo ha suggellato col suo Sangue Divino. Sul confessionale, perché è là che si continua a diffon­dere il sangue della vittima Divina a remissione dei peccati. Al letto dei moribondi perché in quelle ore estreme solo il Crocefisso potrà dare speranza e conforto. La Croce infine sarà posta sulla tomba del Sacerdote quasi per ricordare la missione da esso esercitata per la virtù divina della Croce pegno dell’umano riscatto. Quella Croce pel prete santo suonerà benedizione e strapperà l’accento del rim­pianto e della lode ai fedeli superstiti testimoni delle sue virtù. Suo­nerà invece rimprovero pel Sacerdote che visse dimentico della santità del suo stato».

Dalla nascita alla sua morte, il Crocefisso è la Parola per il sacerdote. Egli consola, fortifica, dà ispirazione e diventa il testimone nel momento in cui il sacerdote muore. La sua morte parla ancora e comunica la vita insieme con il Crocefisso. Questa riflessione degli esercizi evidenzia la bellezza del Crocefisso nella vita dei sacerdoti. È la sintesi perché riassume tutta la vita di un sacerdote. È la sintesi perché quel Crocefisso è la fonte di cui un sacerdote deve sempre attingere l’ispirazione e la forza. Il Gesù crocefisso penetra e si estende in tutta la vita del sacerdote, in tutto ciò che egli l’ha fatto, lo fa e lo farà. In tutte le circostanze questo è presente e va presentato come l’aria che fa battere il cuore, fa circolare il sangue e alla fine fa funzionare tutti gli organi del corpo. Orientarsi verso di lui significa formarsi secondo il modello per diventare «alter Christus», per essere un’altra copia fedele di Cristo in modo tale che tutti conoscano, amino e seguano Gesù Cristo. Ecco perché il Crocefisso è la sintesi di tutta la vita di un sacerdote.

Ma se continuiamo a domandare, chi è quell’uomo appoggiato sul crocefisso? L’elogio della carità di Paolo riassume la prima immagine di Gesù che il Conforti scopre e custodisce (cf. 1Cor 13). È un mistero questo. Com’è possibile questa logica del dono gratuito nonostante il rifiuto resistente da parte del suo prossimo? Non basta per Gesù predicare la venuta del Regno di Dio, insegnare la legge di Dio, guarire gli ammalati, fare le moltiplicazioni del pane, fa risorgere i morti e dare tutte le cose esteriore per il bene delle sue creature. Anzi, egli dà proprio la sua «sostanza» (cf. Lc 15,12) e dona se stesso per il bene di tutto il suo popolo. Egli consegna la sua vita nelle mani delle sue creature. Questo Gesù è proprio come «agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la bocca» (cf. Is 53,7). È proprio la logica dell’amore che ci rende fragili. È questa la ragione per la quale Gesù non ha ribellato contro i suoi carnefici. È proprio questa apparenza della debolezza che caratterizza l’identità di Dio del Conforti. Un Dio fragile perché ama veramente. Non si tratta però di una scelta facile questo l’essere debole a causa dell’amore. Nella logica di questo Dio, entriamo nel piano superiore in cui il principio fondamentale è la totalità dell’amore senza limite.

Un Dio molto esigente è la seconda immagine di Dio che il Conforti scopre. Questa immagine ha la sua origine dal fatto che Gesù crocefisso desidera che i discepoli stiano vicini a lui. Egli invita tutti quelli che lo guardano ad entrare in relazione intima, aperta e senza paura con lui. Riflettendo la parola «Padre» nella preghiera del Padre nostro, egli commenta:

«Il Dio nostro è un Dio di amore e di consolazione, un Dio che ci fa sentire interior­mente la nostra miseria e la sua misericordia infinita, che si uni­sce a noi nel fondo dell’anima nostra, che la riempie d’umiltà, di gioia, di fiducia, d’amore; che fa sentire a quest’anima che egli è il suo unico bene, che tutto il suo riposo è in lui e che non avrà gioia se non amandolo».

Questo esempio del Signore invita a stare insieme con lui, ma in piena libertà. Lo sguardo del Crocefisso è un invito alla generosità dell’uomo. È una generosità, perché seguire Gesù significa mettersi nei suoi panni. Ciò significa rinnegare se stesso, prendere la propria croce e seguirlo (cf. Mc 8,34).

Sulla strada del pellegrinaggio a Xavier-España
Alla luce di questo principio, quindi, sono valorizzati i sacrifici e le sofferenze, come strumenti di purificazione per essere tutto e tutti in Dio. «Omnia possum in eo qui me confortat» (Fil 4,13), aggiungendo «Se tanti hanno perseverato, persevereremo ancor noi». Si verifica poi che nella vita del Conforti non vi manca questo aspetto. Egli non ha paura perché quello sguardo del Crocefisso rischiara la sua anima, insegnandola a conoscere e seguire lui stesso fino alla croce, e attraverso di lui, conoscere se stesso e il Padre.

La terza immagine di Gesù crocefisso, che colpisce il Conforti, è il suo aspetto provvidenziale. «Dio ci ha creato a sua immagine, ci conserva e ci provvede del necessario della vita». L’immagine del Crocefisso è segnata dalla sofferenza e questo evidenzia la sua identità salvifica, che agisce anche nelle condizioni dolorose, caotiche o assurde dell’uomo.

«Eppure Iddio che suol adoperare mezzi debolissimi per compie­re grandi disegni onde meglio apparisca la potenza del suo braccio, si è servito di ciò che dal mondo era stimato debolezza e follia per conquistarlo al suo regno dopo d’averlo interamente rinnovato».

Dio fa sua la nostra debolezza, perché l’amore si afferma solo con l’amore, non con la fuga dalla sofferenza, né con la violenza (cf. 1Cor 1,25 e 2Cor 12,9). Il segreto di questa condivisione è la potenza delle sue braccia del Crocefisso estese sulla croce, la potenza della sua carità che è più forte della morte. Questa terza immagine alla fine invita l’uomo a vivere una nuova vita in Dio, con una logica diversa, con una misura differente e alla luce dello sguardo di Gesù crocefisso.

Finora si incontra gli inizi della vocazione, il suo sviluppo e il suo mutamento nella vita del Conforti. Il suo itinerario spirituale passa attraverso una via piccola, stretta e sempre in salita. Le tappe storiche della sua vita, tuttavia, ci favoriscono a scoprire la dinamica della sua ricerca per rivelare il volto dell’uomo, il mistero di Dio e il motto «in omnibus Christus». Questi tre aspetti hanno un’unica fonte: il Crocefisso. Guardandolo, l’uomo può trovare la sua identità. Avvicinandosi ad esso, l’uomo riconosce la sua realtà peccaminosa. L’uomo è invitato a conoscersi in Lui. È un viaggio per conoscere e riconoscere che c’è Gesù crocefisso nella profondità dell’anima dell’uomo. Non si sbaglia che nello sguardo del Crocefisso rispecchia l’immagine dell’uomo, compresso tutto quelle persone che sono ancora lontani da Lui. La contemplazione dello sguardo del Crocefisso per mezzo dell’amore poi conduce pian-piano l’uomo all’unione dell’anima con Dio. In questo modo, l’uomo diventa una nuova creazione in Cristo ed è pronto ad essere testimone del Crocefisso.

La domenica, andando per la messa in Mentawai
e.... buon viaggio!!!
Gesù Crocefisso, ecco la vostra spada, la vostra forza, l’arma invincibile, il segreto delle vostre vittorie. […] Per essa vi renderete superiori alla fralezza vostra, trionferete della superstizione e dell’umana perfidia e procederete innanzi nelle pacifiche vostre conquiste per la dilatazione del Regno di Dio.

Ecco la ricchezza del compendio «in omnibus Christus» che il Conforti vuole trasmettere ai suoi figli. Non si tratta semplicemente di qualsiasi Cristo in genere, ma della totalità del donarsi di Cristo e Cristo crocefisso. È una totalità fino all’ultimo respiro, forza, coraggio, parola e all’ultima opera di salvezza sulla croce; nel momento in cui non c’è più la possibilità per fare le grandi opere miracolose tranne l’essere fiducioso alla volontà del Padre suo. Ecco, il Crocefisso ci rivela la totalità del Padre nel donare il proprio Figlio. La totalità del dono di questo Figlio (cf. Ef 5,1-2) poi diffonde che «Dio ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16).

L’articolo è stata allargato dal 
«Volare con le due ali: vita religiosa e carisma apostolico di Guido Maria Conforti»
alfonsus widhiwiryawan, parma, ottobre 2011
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