mercoledì 24 agosto 2011

3° via: Il narcisismo


Mi limito analizzando solo Facebook, una nuova piattaforma abbastanza diffusa non soltanto nel mondo dei ragazzini, ma anche in quello degli adulti e in quello della terza età e più. La prima idea di questa piattaforma è quella di essere una rete sociale. Il suo  scopo iniziale è accogliere il desiderio primitivo dell’uomo come «homo socius», ossia rispondere ad un suo anelito per comunicare, incontrarsi e sentirsi amati. In base a questo principio, tutte le persone iscritte verranno raggiunte ovunque siano. Perciò, non c’è da meravigliarsi se a volte qualcuno incontra amici del passato molto lontano. Si può immaginare la gioia di un signore di  mezzo secolo nel poter ritrovare un suo amico di quando erano nella scuola elementare!
Riflettendo sull’amicizia, il primo argomento interessante potrebbe essere il cerchio degli amici che si allarga oltre la scuola, l’hobby, il quartiere, il paese e il continente. Tutto è possibile. Facebook stesso suggerisce all’utente per trovare gli amici e consiglia alcuni dati delle persone da conoscere, approfittando dell’indirizzo e mail dell’utente stesso. La realtà delle reti sociali indica che il legame, il sinonimo dell’amicizia, a volte viene saltato. C’era la quota di 5000 amici come limite concesso da Facebook per ogni utente. Se si riflette un attimo, cosa significa avere più di 5000 amici su Facebook? Si può incontrare una persona con un centinaio di amici, spesso non conosciuti di persona, eppure nella sua quotidianità vive la solitudine. Un'altra esperienza racconta la possibilità di rifiutare la richiesta di amicizia da uno sconosciuto, mentre c’è  un’altra possibilità dove si  preferisce dare “l’amicizia” soltanto alle persone conosciute. La scelta in ogni caso ritorna all’utente.
Che tipo di amicizia esiste in questa nuova piattaforma? L’amicizia è nata da un cammino comunitario di almeno due persone. Facendo un dialogo, uno confronto, uno scambio di parere, una conoscenza dell’altro, si arriva a riconoscere l’altro come parte di sé nella gioia e nel dolore. Di conseguenza, un click del mouse non crea automaticamente l’amicizia. Dove sta il valore, la bellezza e la fatica per costruire l’amicizia se il codice digitale del computer rende più facile questa relazione interpersonale? Il pericolo che sta  dietro è quello di capire il valore della scala di priorità che un utente ha stabilito. La non consapevolezza dell’andamento di questa piattaforma emergente può manipolare la vita. Sembra che ci siano due mondi e due vite, quella reale e quella della rete. È una trappola. La vita è unica ed è quella che stiamo vivendo.
Facebook salta un processo storico, che vale la pena trascorrere, in una dinamica dell’incarnazione. Nel piano biblico, la richiesta dei due discepoli di seguire Gesù da vicino, è il frutto del «rimanere con lui» (cf. Gv 1,35-39). Questo «rimanere» significa conoscere l’altro, accoglierlo come egli è, i suoi talenti insieme con i suoi limiti e non schematizzarlo dentro la propria logica. Questo è un processo a tappe che rispetta l’altro come fosse un luogo sacro, come la sacralità della terra su cui Mosè vuol avvicinarsi al Signore che si manifesta nel roveto ardente (cf. Es 3,1-6). Perciò bisogna togliere i sandali, i pregiudizi, gli schemi e i vari pensieri non del tutto corretti nei confronti dell’altro con cui uno cerca di costruire il legame.
Il secondo argomento che emerge da Facebook è «cosa stai pensando»? Questa  È la domanda scritta molto chiara dentro la bacheca. Questo è un semplice invito rivolto all’utente di scrivere qualche riga nella sua pagina. Allora, cosa si mette? Per rispondere a questa domanda, si risponde con un’altra «cosa faccio?», «come mi sento?», «qual è lo stato d’animo?» oppure «cosa stai facendo»? In realtà, non ci sono dei limiti per quanto riguarda la bacheca. Alcuni preferiscono scrivere lo spostamento della giornata, i propri pensieri, i progetti, l’andamento di un evento oppure copiare semplicemente una frase interessante. Il fenomeno delle scritture viene accompagnato anche dalla presenza delle foto, che a volte sono numericamente eccessive. Non tutte sono ben fatte, ma ciò che importa è l’espressione originale.
Ritornando indietro nella storia fino al medioevo, i pellegrini che facevano un pellegrinaggio ad un santuario vedevano le immagini sacre dentro la Chiesa e queste sarebbero rimaste impresse nella loro memoria per tutta la loro vita. In questo terzo millennio, invece, avendo la macchina fotografica o il telefonino a portata di mano, il valore dell’immagine viene spesso ridotta. Si perde lo stupore davanti alla bellezza delle immagini oppure si fa fatica a coglierla. Ci sono tantissime immagini che si producono e si fanno vedere, ma non si sa quante di queste siano rimaste nel cuore.
Questa espressione che adora la propria immagine diventa poi il fenomeno popolare del Facebook. È un linguaggio dell’utente che sta cercando qualcosa. Potrebbe essere una ricerca della propria identità o una ricerca di conferma di un’identità che non è ancora ben stabilita. Il campo fertile di questa tendenza sono gli adolescenti oppure quelli che stanno cercando ancora un senso. In questo viaggio della ricerca di sé, sarà inutile cercare di scoprire «chi sono io» attraverso lo specchio di se stessi: i propri limiti, i talenti, la bellezza del corpo, la forza dei muscoli oppure aspettando ciò che gli altri dicono nella rete. Imparando dal diario dei santi e dai grandi personaggi di questo secolo come Madre Teresa di Calcutta, Massimiliano Maria Kolbe, Edith Stein, Giovanni Paolo II e Giorgio la Pira, la perfetta immagine dell’uomo si trova soltanto nell’uomo nuovo, che è Gesù Cristo. Si può trovare la vera immagine di sé, soltanto in Lui. La trappola aperta di coloro che cercano la propria identità attraverso la propria immagine è cadere nella delusione, quando tutto ciò che è stato detto viene scoperto poi come una falsità.
by Alfonsus widhiwiryawan
Parma Agosto 2011
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